Skip to main content

Vitalità della psicanalisi

27 Agosto 2025

Un articolo di Maria Zirilli

Italia 1978, mese di giugno.

Quando nel giugno 1978 (Legge 180 c.d. “Legge Basaglia”) furono dichiarati chiusi i manicomi (ovvero fu vietato per sempre l’ingresso di nuovi Soggetti nelle istituzioni manicomiali) gli psichiatri si trovarono, più o meno opinatamente (meno coloro che quel momento lo avevano desiderato, atteso, preparato “di più” o “tanto” coloro che lo avevano temuto o che ne erano stati colti “di sorpresa”) in una condizione di oggettiva povertà.
Povertà in tutti i sensi: economico, culturale, strategico. Dal punto di vista economico, è indubbio che i Manicomi fossero, a tutti gli effetti, una sorta di “cittadella”, e in quanto tale. Pochi medici ma molti infermieri, una farmacia, una lavanderia, uffici, persino un bar (!). Basti, a puro titolo d’esempio sapere che se un malato chiedeva di uscire (esistevano già i “permessi” per soggetti ritenuti “affidabili”) veniva accompagnato in sequenza, prima dall’economo per ottenere i soldi necessari la “paghetta”) e poi in guardaroba, questo era un grande reparto attrezzato per lavare, stirare custodire ed elargire non solo tutta la biancheria necessaria ad una struttura ospedaliera ma anche per lavare, custodire ed erogare gli abiti ai ricoverati. Ora, se è ben vero (lo è?) che “l’abito non fa il monaco”, il Manicomio di questo detto ne aveva fatto un principio ispiratore; vi erano gli abiti per “il dentro” e quelli per “il fuori”. Ma solo per i maschi. Le femmine, a parte le scarpe e un cappotto non possedevano altri abiti. Il loro abbigliamento, uguale per tutte e in ogni momento. Gli uomini no. Per uscire indossavano un completo (pantaloni e giacca) un “completo” qualsiasi in base alla stagione ed alla taglia. Per loro sceglievano gli infermieri nella lunga teoria dí abiti suddivisi per taglia e stagione, accuratamente catalogati.

Abiti come divise che indossavano impacciati ma esultanti in quanto quegli abiti, rappresentavano, in qualche modo, il loro lasciapassare.

La Legge 180 fu promulgata al mattino intorno alle 11.00, con esecutività immediata.

Chi scrive, all’epoca era la giovanissima responsabile (!) di un reparto maschile di Alta Osservazione (per pazienti ritenuti pericolosi). Il Direttore ci convocò con urgenza nel suo studio. “Tutti fuori”. In quel momento c’erano almeno 15/20 pazienti, specialmente maschi: bisognava “sistemarli”. La soluzione fu quella più semplice e più normale (normalizzante) possibile, e la adottammo all’unanimità e con immediatezza. Fu come se la nostra mente si fosse adattata in una manciata di secondi, al “nuovo” e, per certi versi, all’ ”inaudito” fino a pochi minuti prima, di quella necessità.

Pensiamo ad una soluzione come avremmo fatto per noi stessi: un albergo, nè troppo grande nè troppo piccolo, confortevole e “comodo”. Là dove per comodo si intese, allora, che fosse vicino alla stazione, affinchè, essendo il Manicomio la casamadre, ubicato fuori città a circa venti minuti di distanza, fosse agevole per chi se ne doveva prendere cura, raggiungerli.

E così fu, trovammo un Hotel vicino alla stazione. Si chiamava Hotel Moderno, e ve li alloggiammo…

Il seguito non è funzionale all’argomentazione odierna e lo tralascio.

Rapidamente si passò dall’albergo alla casa. Case familiari (in quei rari casi in cui era possibile). Più spesso appartamenti in affitto o di proprietà dell’Ente Pubblico (Provincia, Case popolari). I soldi non mancavano. Mancavano i “mezzi” per curarli, mancavano le persone in grado di farlo. Passata la breve, talora brevissima euforia indotta dalla novità (e dalla libertà) nella comunità costituità da “noi” (medici, infermieri, assistenti sociali) e da “loro” (i pazienti), avverso il Mondo degli Altri, si conobbero solo emozioni di segno negativo.

Che fare?

Essere (e sentirsi) investiti dalla necessità di provvedere per un Altro agli strumenti necessari  per affrontare paure, esitazioni, sconcerti, insicurezze (sul versante sociale), ma anche, e specialmente, vecci traumi, vissuti angosciosi organizzatisi poi in convinzioni granitiche non di rado deliranti che il mondo tutto aveva confermato e stabilizzato in un solo giudizio di “pericolosità” personale e sociale, beh…. metteva paura…

Crollati i muri, era crollata con essi la certezza della cura.

A soccorerci non c’era quasi nulla. Nè farmaci, nè linee guida. I primi si riducevano ad una manciata di molecole dagli effetti largamente aspecifici, al più “tranquillanti”. Un armadio vuoto a nostra disposizione.

Ci rivolgemmo altrove. Fummo obbligati a studiare. Ed a farlo “spaziando”, stimolati, in realtà costretti, dall’urgenza e dalla solitudine quotidiana. “Cosa chiede Edipo alla sfinge” titolava in quegli anni un Giovanni Jervis irriverente e vitale. Chiedeva di sapere, di sapere se ce la farà ad affrontare il viaggio e soprattutto se ce la farà a tornare vivo.

Sarà “Ibis” “redibis” “non” “morieris” “in bello”?

O “Ibis” “non redibis” “non” “morieris” “in bello”?

Viaggio nella mente dell’altro per trovare una via d’uscita per entrambi. Non potevamo fallire.

Ci soccorse la Psicoanalisi, meglio, gli psicoanalisti. Furono loro i nostri primi soccorritori.

Dall’Antropologia alla Psicoanalisi il passo è breve. Subito e per molti anni, le scienze dell’uomo viaggiarono insieme. Iniziò un decennio esaltante di studi, di ricerche applicate, di sperimentazioni. Prendemmo l’abitudine di “pensare in gruppo”, di spostarci anche più volte in una settimana da una città all’altra per “incontrare” gli altri, per costruire “luoghi nuovi”: gruppi di studio “seminuovi”, supervisioni “individuali” e “di gruppo”, stanze di analisi. Pensare, interrogarsi, riflettere, imparare a “leggere” i comportamenti andare al di là di ciò che appare, sondare nel profondo le nostre e le altrui coscienze.

Era questo il bisogno che infiammava le nostre azioni, il demone che ci dominava.

Fu facile. Oltre che bello.

La Psicanalisi era già una disciplina consolidata e gli psicanalisti, in linea di massima, sono Soggetti aperti, curiosi, disponibili al nuovo, all’emergente (al conturbante).

Cominciarono ad occuparsi di noi: dei nostri dubbi, turbamenti, entusiasmi, gioie; e si dedicarono anche a “loro”, i matti, li incontrarono. Più o meno per la prima volta negli anni ’80, divennero coraggiosi, abbandonarono la terra sicura (la nevrosi) e si presero cura “con slancio” della sofferenza definita “grave”, degli stati mentali più ardui, della psicosi. Negli anni ’80 gli studi di psicoanalisi si aprirono e da “club” esclusivi divenero “case aperte”. Ma chi veramente mutò furono gli Individui piuttosto che le Istituzioni.

Il contagio si allargò a macchia d’olio. Se l’Italia fu la prima a chiudere i Manicomi, ben presto si aggiunsero con gradualità Francia, Spagna, Regno Unito… a tutt’oggi non esiste una lista esaustiva ed attendibile. L’Italia fu precursore ed antesignana. Lasciamo agli storici il compito di trovare le ragioni di questo fatto. A noi preme, da testimoni, sottolineare la straordinaria vitalità della psicoanalisi, che accolse “a braccia aperte”, un bisogno estremo (sopravvivere alla rottura dell’Ordine Istituzionale) e seppe farne un modello di autocomprensione. Fu “Come se” una schiera di chirurghi, abbandonate le sale operatorie, splendenti e asettiche, avessero deciso di operare in una improvvisata tenda da campo, in piena trincea. La materia psichica (desideri, paure, euforia, tristezza, compassione e rivolta) di ciascuno e di tutti, quale fosse in quel momento il “ruolo” se di “curato” o di “curante” si mescolò attraverso il guado e riemerse.

Nacquerò così la psicoterapia ed un nuovo e più ampio modello della Mente; terapeutico, derivato dalla Psicoanalisi, che di quella riprende radicalità e laicismo.

Essere qui è molto”. O meglio, è tutto ciò che per noi umani è possibile; e la sola efficacia di cui disponiamo è quella della Parola. Parola come veicolo di pensieri e di affetti in quanto tale, capace di indurre trasformazioni.

A ridosso del 1978, Milano era diventata il centro culturale più vivace e multiforme della psicologia/psichiatria italiana dell’epoca.

Città industriale in espansione e tuttavia, come tutte le grandi città italiane, luogo per eccellenza della tradizione culturale più illuminata e “aperta” negli anni ’70 divenne fortemente attrattiva/attraente per gli intellettuali di matrici, le più diverse (architetti, giornalisti, artisti del teatro e della moda psicoanalisti)….

Tra gli altri, si trasferirono a Milano Giampaolo Lai e sua moglie Pierrette Lavanchy, entrambi psicoanalisti e membri ordinarii della Società Psicoanalitica Svizzera, provenienti da Losanna.

Il primo libro di Giampaolo Lai, “Le parole del primo colloquio” vede la luce nel 1976, nello stesso anno Pierfrancesco Galli, anch’egli membro ordinario della Società Psiacoanalitica inizia la sua attività formativa “dentro i Manicomi” delle città del Nord Italia e, tra gli altri, in Colorno, Parma.

Giampaolo Lai e Pierfrancesco Galli sono amici tra loro e con gli altri operanti a Milano: Mara Salvini, Giovan Battista Muraro, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin.

Il fervore e l’amore per la conoscenza li accomuna e, contemporaneamente, esalta le passioni individuali. Chiamati dai medici, entrano nelle Istituzioni, non certo per restarvi bensì per trovare, tutti insieme ( e “tutti” significa medici e pazienti) una possibile via d’uscita. Via d’uscita da cosa? Dal manicomio sicuramente, ma non solo. Si cercava un modo per uscire dalla presunta ineluttibilità del Male, dall’impotenza, dal grigiore quotidiano e dalla “massificazione”. Che strano ripensarci oggi, quando invece, la “massificazione” sembra essere, al contrario meta ambita, perseguita, amata. Una sorta di Eldorato, basti pensare alla lingua oltre che ai costumi. Tutti oggi sembrano desiderare le stesse cose, tutti ambiscono possederle, tutti parlano la stessa lingua, un mix scheletrico di parole, in parte di provenienza italiana, in parte di provenienza inglese. Uno slang che i giovani apprendono naturalmente e che gli anziani, pochi, schivano (autoisolandosi) o per lo più scimmiottano goffamente, nel vano tentativo di “rimanere in contatto”, nella realtà, il contatto è andato perduto, e, specialmente, è andato peduto il legame tra emozioni e parole, queste ultime sostituite nella vita quotidiana dalle faccine (emoticon)! Ma questo è fenomeno recente.

Allora a partire, a partire dagli anni ’70 e sino ai primi anni del 2000, sia individualmente che collettivamente, si cercavano le parole nella consapevolezza che solo la Parola possiede un potere realmente eversivo. E in quanto tale, evocatore del cambiamento.

Un contributo importante (in realtà l’influenza era di tipo bilaterale e reciproco) alla rivoluzione culturale che in quegli anni si produsse, lo diede anche il Movimento Femminista.

Le donne conquistarono per prima cosa “il diritto di parola” e con quello, e per “trascinamento” nel bene e nel male, tutto il resto.

La Parola, può evocare indurre leggerezza e così dissolvere tutti i gravami. Fu una scoperta collettiva, ma di Giampaolo Lai è il merito di averne messo a fuoco il potere terapeutico, il suo libro, precede di due anni (1976 versus 1978) la chiusura del Manicomio.

Negli anni che seguirono, alla illuminazione, seguì la ricerca individuale e di gruppo, ai semiarii “segreti” degli inizi (nelle case messe a disposizione ora a Milano ora a Parma dai singoli partecipanti) seguirono i seminari “stabili” e adeguatamente pubblicizzati, dapprima brevemente ospiti “de il gruppo milanese di Psicoterapia della Famiglia” e successivamente e per anni al Palazzo delle Stelline in Corso Magenta n.61. ai seminari partecipavano le gentes più diverse, non solo operatori psichiatrici!

Tra gli altri, magistrati, filosofi, artisti, e ciascuno portava con sè i segni di un’ansia nuova: liberare le emozioni; dar loro un nome; farle fruttare e dunque costituirsi quale pavolum per una nuova fioritura di emozioni e di parole. Una ricchezza straordinaria, condivisa e, gratuita.

A Giampaolo e Pierrette il merito di aver saputo, contestualmente, distillare dal magma, un metodo ma anche alimentare il fuoco di quel fervore fragile, con stimoli di rilfessione e di ricerca sempre nuovi. Giampaolo, che io ricordi, non ha mai partecipato ad un convegno (e sono stati tanti quelli ai quali è stato invitato) con un contributo reciclato. Ogni volta era una novità, un nuovo scorcio, un nuovo punto di vista una storia nuova. Lo stesso Pierrette, la riflessione avveniva poi, a casa, nei propri studi e nel tempo individuale.

Fantasia, creatività, riflessione e restituzione, questo infine è, nella mia percezione, il Conversazionalismo.

La restituzione a ciascuno (al paziente per primo!) di un metodo solo apparentemente faticoso e complesso (anche imparare a condurre un auto agli inizi è faticoso e complesso), di usare le parole per connettersi alle “parole” dell’Altro, dar loro un nome, e così facendo, liberarle dalle sbarre e dalla impotenza implicite nella anomia.

Un metodo semplice, alla portata di tutti, il cui apprendimento richiede tuttavia serietà d’intenti e lunghe ore di applicazione per conquistare uno strumento di lavoro totalmente laico che consente di realizzare fino in fondo la missione fondante della psicoanalisi, ovvero “liberare i prigioni” (“i Prigioni” opera scultorea della maturità di Michelangelo Buonarroti conservati alla Galleria dell’Accademia di Firenze e al Louvre di Parigi).

Ricordiamo la raccomandazione di Sigmund Freud laddove precisa che la psicoanalisi non assomiglia alla pittura (che sovrappone colore a colore) bensì alla scultura… che toglie la coltre pietrosa per far emergere le figure.

Posso tornare?” mi chiese eoni di anni fa un bambino, uscendo dalla stanza di terapia.

Io: “perchè?”perchè parlare con te mi toglie i sassolini dal cuore”.

Vitalità della psicanalisi
Scopri il corsoIscriviti
segreteria@scuolapsicoterapiaconversazionale.it
+393403773254